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L’Efficacia della Comunicazione nella metodologia dell’Insegnamento: applicazione pratica agli Sport da Combattimento

Imparare a comunicare. Molti allenatori, soprattutto della “vecchia guardia” ovvero ex atleti premiati o comunque istruttori che hanno vissuto l’ambiente di quella specifica disciplina per tanti anni, avendo insegnato a molteplici generazioni di allievi, sono convinti che l’esperienza “sul campo” (palestra/stage/gare) abbia dato loro un’ottima base per poter relazionarsi senza grossi problemi con ogni atleta, nuovo o “anziano”, riuscendo a trasmettere le basi di quello sport e migliorare, per mezzo di programmi, a prescindere se generici e/o specifici, le prestazioni degli allievi.

In genere, nello stereotipo comune, si tende a dare per scontato che un ex atleta che ha partecipato ad alcune importanti competizioni, magari aggiudicandosi risultati lusinghieri, abbia, senza ombra di dubbio, le capacità per insegnare con successo la disciplina in cui eccelle.

Numerosi studi condotti sull’argomento (Mantovani e al, 2007) hanno evidenziato che, se all’esperienza non si affianca un potenziamento delle abilità comunicative del coach, non si realizzano quei cambiamenti nel comportamento degli atleti, migliorando il loro apprendimento delle tecniche.

L’allenatore rappresenta una “guida”, un concreto “modello” da seguire, un punto di riferimento di cui l’atleta, soventemente, non riesce a fare a meno, sia in ambito della preparazione fisica e programmazione tecnica degli allenamenti sia in qualità di supporto psicologico di base (in particolar modo se trattasi di atleta agonista di un livello medio/alto).

Da non sottovalutare il tema dell’età degli atleti, ovvero il “modus operandi” deve necessariamente essere modulato adeguatamente a seconda della fascia di età alla quale si trasferisce l’insegnamento. Un buon insegnante deve ponderare le tecniche e i programmi da somministrare periodicamente con la logica di creare una crescita autonoma del giovane allievo nella pratica agonistica che avrà da adulto, allo scopo di renderlo duttile e malleabile nella ricerca attiva delle soluzioni dei problemi che si generano durante le competizioni. In un ambito di allievi più maturi, considerati “amatori” la didattica e l’insegnamento avrà variabili maggiormente improntate sullo studio di tecniche più “soft” e necessariamente di più lenta esecuzione. Così come gli esercizi ginnici dovranno rispettare i limiti “generazionali” dei soggetti in età più avanzata.

Specificatamente negli sport da combattimento l’agire sulle corde dell’attenzionenel preservare l’incolumità fisica appare una sorta di mantra ancora più accentuato di altri sport meno invasivi, in quanto potenziale origine di abbandono prematuro della attività agonistica. L’atleta non può e non deve convogliare i miglioramenti nella sfera della propria prestazione ma deve concentrarsi sui possibili danni fisici (per sé stesso e per gli altri, soprattutto in allenamento e nelle competizioni minori) a cui potrebbe incorrere se l’impostazione ed esecuzione delle tecniche avviene senza adeguato controllo.

Leducazione, intesa come etica, morale, è un altro aspetto non secondario ed in particolar modo quando il tecnico insegna ad allievi di giovane età, che siano bambini o teenagers: abbiamo già affermato che l’insegnante/tecnico si dimostra una “chiave di volta” indispensabile nel complesso processo di apprendimento e crescita dell’individuo. “Le conoscenze attuali, indicano che l’apprendimento dello sport, da parte dei bambini, dipende fortemente dalla efficacia dei metodi utilizzati dagli istruttori e dalle loro competenze che li aiutano a migliorarsi:

ETICA

METODOLOGIE

CONTENUTI

CAPACITA’ COMUNICATIVE

CONSAPEVOLEZZA DEL RUOLO DEL SE’

L’allenatore è una figura molto importante nel processo di apprendimento dei bambini.

Che sia consapevole e lo voglia, oppure no, l’allenatore ha come priorità la capacità di educare attraverso il proprio modo di comunicare, fornendo stimoli, principi educativi e modelli di vita che influenzeranno e influiranno molto sulla vita dei giovani atleti.

I genitori dovrebbero agevolare e facilitare il rapporto tra i propri figli e l’allenatore senza contrastare, interferire o competere con loro, poiché possono trasmettere dei modelli efficaci attraverso i quali i bambini imparano a muoversi nel mondo.” (citazione da estratto internet di conferenza del Dott. Claudio Cresti, psicologo-psicoterapeuta: Docente/esperto della Scuola dello Sport del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) – Toscana.

L’interesse nel modo di comunicare talvolta viene percepito come il linguaggio utilizzato nell’esporre la scaletta dei vari allenamenti ed illustrare, a parole, le tecniche e la loro corretta esecuzione dimenticandoci la potenza dei “canali non verbali”.

Ogni informazione di rapida comprensione ha una natura “non verbale” essendo di fatto quella che gli atleti percepiscono, analizzano e memorizzano con maggiore intensità. Necessariamente gli aspetti della comunicazione, verbale e non verbale, non devono essere separati in quanto entrambi si intrecciano e si dipanano costantemente. Molto spesso l’uno rinforza l’altro rendendo il processo comunicativo assai efficace.

“Gran parte delle informazioni che l’allenatore trasmette ai propri allievi viene veicolata quindi attraverso canali non verbali, i più importanti dei quali sono (Mantovani e al, 2007):

Gli Sguardi;

I Gesti e in generale il Modo di Muoversi;

Le Posture e gli Atteggiamenti del Corpo;

Le Espressioni e la Mimica del Corpo;

La Gestione dello Spazio rispetto l’interlocutore;

Il Contatto Fisico;

Il Contatto Visivo.

Esistono anche ulteriori “sfumature” facenti parte del linguaggio non verbale che si     concentrano sull’intonazione, il volume e il ritmo della voce nonché sulla velocità con cui si espone il discorso e le pause utilizzate nell’espressione dei vari concetti. Tali aspetti possono essere ricondotti ad una classificazione di “paralinguaggio”.

Un allenatore viene giudicato dagli atleti nella sua capacità di relazionarsi attraverso gli sguardi, facendolo, con ripetuta intensità, nei confronti di tutti gli allievi, nessuno escluso; dovrebbe porre attenzione alla propria postura facendo attenzione a non dimostrarsi trasandato e goffo. I gesti e i movimenti che trasudano entusiasmo per la lezione, sicurezza nell’argomentare i programmi e le tecniche. Gli atleti che percepiscono poca motivazione o entusiasmo, magari nervosismo ed insicurezza nell’esporre i vari argomenti, giudicano negativamente l’allenatore e talvolta si affrettano a reputare insignificante e privo di leadership la figura di quel tecnico. Se poi lo stesso viene paragonato ad altri coach di vicina conoscenza, il divario aumenta a discapito del malcapitato.

Le dimostrazioni tecnico-pratiche messe in atto dall’allenatore (e quindi la sfera della comunicazione non verbale) sono essenziali per l’insegnamento: il numero delle ripetizioni deve essere adeguatamente studiato per essere efficacie ma non prolisso, come la corretta postura (controllo del proprio corpo) nell’eseguire gli esercizi; le distanze e le prospettive sono essenziali (ogni atleta dovrebbe avere modo di visionare la tecnica da più angolazioni).

“Volendo semplificare un fenomeno molto complesso quale l’interazione tra il messaggio verbale e quello non verbale, possiamo dire che il primo ha lo scopo di trasmettere il contenuto della comunicazione, mentre il secondo, ha come obiettivo quello di mettere in evidenza gli aspetti relazionali. Infatti, attraverso le parole, l’allenatore è in grado di trasmettere efficacemente informazioni, quali: concetti, dati, comportamenti, tecniche. Attraverso il linguaggio non verbale, l’allievo percepisce in misura maggiore informazioni relative ai sentimenti, affetti, stima, sfiducia, disapprovazione”.  (Mantovani e al, 2007).

Trattare esaustivamente un’efficiente comunicazione con un team di atleti rappresenta un obiettivo molto sfidante. Innanzi tutto è necessario comprendere se il gruppo è omogeneo in termini di età, esperienza, preparazione fisica, ecc.

Genericamente potremmo sostenere che lavorare su gruppi disomogenei ha una resa di gran lunga inferiore in termini di “trasferimento del messaggio”, qualunque esso sia. Pertanto sarebbe idoneo effettuare una netta distinzione tra il comunicare ad una squadra, ad un singolo atleta o ad un piccolo gruppo ristretto. Avendone la possibilità sarebbe ottimale suddividere gli allievi in base alle succitate caratteristiche allo scopo di interagire con maggiore facilità e istaurare una comunicazione a due vie (biunivoca) consentendo un favorevole feedback.

Quando si introduce il settore dello sport da combattimento, nella maggior parte dei casi ci concentriamo su un singolo allievo o comunque su un gruppo selezionato, soprattutto se ci riferiamo all’ambito agonistico e di preparazione alle gare. Le competizioni infatti vengono, nella maggioranza dei casi, sostenute da atleti che si cimentano in una o una serie di singole gare, spesso con gironi eliminatori (gironi) sino al raggiungimento, in caso di passaggio favorevole al turno successivo, all’eventuale semifinale e/o finale.

L’allenatore deve ponderare le caratteristiche del messaggio, renderlo chiaro e non ambiguo, adatto alle competenze tecniche dei destinatari, ridondante ma non monotono e, per quanto ovvio ma non scontato, deve essere in linea e coerente con gli assunti sino a quel momento esposti, senza contraddire i precedenti messaggi. Una comunicazione piuttosto breve, coincisa è da ritenersi positiva. Un valido supporto è rappresentato dalle “dimostrazioni” tecniche dell’esercizio oppure dalla visione di immagini o filmati inerenti gli esercizi da replicare. Quando ci troviamo a spiegare verbalmente un nuovo esercizio, un movimento o tecnica, aumentiamo di efficienza in termini di “assimilazione” quando l’allievo osserva, da più angolazioni, il singolo istruttore (o insieme ad un suo partner) che esegue la specifica tecnica.

L’informazione visiva (dimostrazione) deve essere quanto più semplice e comprensibile e quindi dobbiamo “agire per gradi”, ovvero, possibilmente suddividere l’esercizio in “fasi”, in modo da far focalizzare agli atleti ogni particolare. Successivamente si esprime il gesto tecnico o l’esercizio nella sua interezza, senza interruzioni.

Analogo discorso per la velocità con la quale si dimostra l’esercizio: quando il movimento si esegue con eccessiva rapidità non si dà modo all’allievo di metabolizzare il gesto tecnico.

In ultimo non è da sottovalutare il fornire “troppe informazioni contemporaneamente”, eccessivi dettagli fatti emergere nello spiegare l’esercizio, potrebbero ostacolarne la comprensione. In altre parole, l’allenatore deve far visionare l’esercizio, anche nella stessa sessione di allenamento, ma gradualmente, in modo da rendere “metabolizzabile” il movimento nel suo complesso. Inoltre, un numero eccessivo di informazioni posso generare confusione negli allievi e rischia di vanificare la spiegazione nella sua interezza. Frequentemente non si riesce a selezionare le informazioni maggiormente significative e cogliere gli assunti più importanti di quella lezione. Interessante è mettere in atto concretamente la tattica della ridondanza di alcuni aspetti utilizzando più canali (verbali e visivi).

“Molto spesso gli allenatori, pur consapevoli dell’importanza che la comunicazione riveste nel processo insegnamento-apprendimento, mettono in atto dei comportamenti che invece ostacolano un efficace flusso di informazioni tra essi ed i propri allievi.

Questi, tra gli altri, i componenti più frequenti che rendono difficile, anche se in molti casi solo temporaneamente, la comunicazione:

1. Far valere il proprio status;

2. Parlare sull’altro;

3. Sollecitare soluzioni affrettate;

4. Rimproverare e/o punire;

5. Utilizzare etichettamenti;

6. Scaricare responsabilità; negare i sentimenti altrui.

Questi atteggiamenti possono rappresentare in molte occasioni degli ostacoli ad un’adeguata

comunicazione tra allenatore ed allievo.”

(Mantovani e al, 2007.)

Introduciamo ora il tema della comunicazione tra coach ed atleta agonista negli sport da combattimento. Solitamente la competizione si svolge su un “campo di gara” specifico:

per le discipline come il pugilato, il muai thay, la kick boxing ed affini, solitamente si utilizza il ring ovvero un quadrato (di varie dimensioni a seconda della disciplina e dell’importanza della competizione in termini di dilettanti o professionisti) delimitato da speciali corde e quattro angoli con protezioni;
per le gare di judo, karate, ju jitsu, grappling, brazilian jiu jitsu, taekwondo e similari invece, è solitamente utilizzato un tatami, ovvero un tappeto di “altezza” e materiale idoneo ad attutire le cadute degli atleti, delimitato per mezzo dei diversi colori;
infine per le competizioni di lotta nei vari stili (libera, greco-romana, ecc), vengono utilizzati appositi tappeti in pvc antiscivolo di varie dimensioni e colori.

L’allenatore solitamente accompagna l’atleta sul campo di gara e poi si posiziona “all’angolo” oppure a  breve distanza in modo da supportare l’atleta nella completa e correttavestizione e al contempo incitarlo con energiche parole di conforto tali da iniettare la giusta grinta agonistica. E’ a quel punto che “tutto il mondo” resta all’esterno; coach e atleta entrano, molto spesso, in simbiosi, diventano un tutt’uno , un unisono.

Tanto più si è creata quell’empatia, sintonia, stima e rispetto per l’allenatore, tanto più la comunicazione ha funzionato e ha centrato l’obiettivo. L’allievo ha assimilato le tecniche e la preparazione fisica per mezzo di una programmazione e un allenamento decisamente mirato a quella competizione: ora le deve riportare in modo ottimale in gara, nel combattimento, al meglio delle proprie capacità.

Un buon allenatore, che supporta l’agonista dall’angolo, fa in modo che il suo atleta resti concentrato al massimo, evitando distrazioni esterne e provocazioni. Sarebbe poco corretto ridurre tutto il “clima di gara” agli assunti sopra menzionati. Quando si affronta un “incontro” va da sé che possono manifestarsi molteplici situazioni che un coach esperto e preparato trova il modo di fronteggiare rapidamente con la giusta chiave interpretativa. Contare su un bravo allenatore che sappia comprendere la piega che assume quella determinata competizione, cogliendo anche le sfumature, pure quelle nascoste agli occhi della massa, può dare quel valore aggiunto, quella forza supplementare, quella freddezza mentale che aiuta l’atleta a vincere i combattimenti con maggiore fluidità. Va da sé che l’atleta per vincere, soprattutto a livelli medio/alti, deve avere le caratteristiche e capacità che vanno oltre al feeling instaurato con il coach prescelto.

Sicuramente il fatto di entrare in perfetta sintonia comunicativa concretizza gli effetti per mezzo dei quali si giunge ad un percorso fatto di sfide favorevoli e premianti.

Interagire a “tutto tondo” con l’atleta significa anche saper riconoscere alcune sindromi che possono inficiare il lavoro svolto con meticolosa programmazione e della durata di mesi se non addirittura anni.

Mi riferisco ad esempio alla “sindrome pre-agonistica” (pre-start anxiety nella letteratura scientifica americana): l’atleta entra in corto circuito all’immediata vigilia di un evento ricco di contenuti emotivi tale da suscitare legittime preoccupazioni di incapacità o insufficienza. L’ansia fa da padrona, la gara è particolarmente sentita ed è vissuta con una tensione emotiva fuori dai normali schemi. In questo caso l’allenatore deve prontamente intervenire con tecniche comunicative per “resettare” questo circolo vizioso di pensieri irrazionali e ripristinare un buon grado di autostima.

La “Nikefobia” invece è la paura della vittoria (dal greco Nike, dea alata della vittoria e Phòbos, paura o panico). Questa paura, apparentemente illogica ed irrazionale insidia una possibile situazione di facile vittoria. La cosiddetta paura si manifesta quando in una gara il risultato è decisamente favorevole al nostro atleta ma, ad un soffio dalla vittoria, commette un errore che compromette l’esito della gara, ribaltandone il risultato. Inevitabilmente il nostro atleta si sente incapace di vincere altre gare, è timoroso, si sente come bloccato. Tale logica può essere anche pericolosa negli sport da combattimento in quanto uninibizione in gara può portare a piccoli incidenti e/o seri infortuni poiché incapace di contrastare l’avversario in modo lucido e con un minimo atteggiamento difensivo di base.

Il coach, anche in tal caso, ha una grossa responsabilità nel comprendere ed attivare tutti gli espedienti in termini di comunicazione al fine di trasmettere energia, carica, determinazione, consapevolezza nelle proprie doti tecniche ribaltando letteralmente la situazione.

Altra potenziale condizione è la “sindrome del campione” che in buona sostanza consiste in un cambiamento repentino dell’identità personale del campione, dell’atleta di un certo livello. Ciò emerge maggiormente nelle ultime fasi della carriera agonistica: l’atleta ha un prestigio sportivo e riconoscimento sociale e per questo sente un forte senso di responsabilità che è sfociato pure in un brusco cambiamento delle abitudini personali e dell’ambiente che lo circonda. In altre parole mutando la situazione sportiva, da ludico/creativa ad impegnativa e ansiogena, derivante dalla consapevolezza che la carriera comporta, la frenesia di collezionare successi prendendo il sopravvento. Quando avviene in atleti più giovani, più “freschi” e tecnicamente dotati, in breve tempo, sperimentano una sorta d’insicurezza e fanno mettere in discussione le capacità tecnico-fisiche del “veterano”. Colui che sembrava “intramontabile” si avvia ad un lento declino. L’allenatore in questo caso deve assolvere il compito di comunicare costantemente con l’atleta per far sì che non si chiuda in sé stesso o, peggio ancora, entri nel vortice della depressione.

Sovente, allo scopo di mitigare questo inaccettato declino si fa ricorso a sostanze dopantiquale mezzo apparentemente più idoneo per ripristinare i livelli qualitativi in termini di forza, resistenza, reattività appartenenti all’agonista ma che fisiologicamente stanno scemando.

Il “burnout sportivo” infine viene definito come una particolare situazione di stress dovuto a numerose gare, competizioni, allenamenti, valutazioni continue che consumano le energie e le risorse dell’atleta generando uno stato mentale persistentemente negativo (esaurimento fisico e psicologico che riduce le performance). La perdita della motivazione è una delle cause scatenanti: un tecnico preparato deve percepire tale stato di eccessivo stress attivando comunicazioni di “rivisitazione” dei programmi di allenamento e maggiore turnazione delle giornate di “recupero”. L’adozione di criteri di allenamento completamente diversi da quelli prestabiliti devono essere comunicati dall’allenatore, con chiarezza e trasparenza. Un metodo è quello di focalizzarsi sul miglioramento della prestazione personale più che sul risultato complessivo della singola competizione alternando costantemente cicli di allenamento di variabile intensità, al riposo.

Abbiamo ribadito che gli aspetti mentali delle competizioni sono tanto importanti quanto quelli fisici, ma spesso vengono trascurati. A livello di competizione internazionale, diamo per scontato che gli atleti d’élite siano nella maggioranza dei casi ad un livello d’eccellenza per la forma fisica, la forza, la resistenza, la competenza tecnica e l’esperienza(considerato che per accedere a tali gare devono aver compiuto un lungo percorso di qualificazioni intermedie). Verificando i risultati, a titolo di esempio, delle Olimpiadi, si può notare che le vittorie sono date a volte da differenze minimali. Così, cercando la sfumatura vincente, ci si rende conto che spesso deriva dalla preparazione mentale e da una certa attitudine al restare concentrati nelle fasi di gara. “Ad alto livello, la differenza tra due atleti è fisica al 20% e psicologica all’80% ….. L’obiettivo della preparazione mentale (fatta da un professionista) è quello di allenare le capacità e le potenzialità della mente per esprimere a livelli di eccellenza l’intero potenziale del singolo atleta. (Cei, 1987).

In quest’ottica l’allenatore, ancor prima di uno psicologo professionista, può rappresentare un solido perno sul quale fare leva, anche attraverso specifica tecnica comunicativa, e ottimizzare anche l’aspetto mentale dell’atleta, sia l’amatore che l’agonista.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

 “Cei A, Mental Training – Pozzi edizioni – 1987”.

Cresti Dott. Claudio estratto dal sito internet di conferenza del, psicologo-psicoterapeuta: Docente/esperto della Scuola dello Sport del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) – Toscana.

Mantovani et al, 2007. “Sport di Combattimento, Vol. 1” – a cura dei Docenti Nazionali Federali Fijlkam (Federazione Italiana Judo Lotta Karate e Arti Marziali).

Dott. David Roggi